29.1.15

O Quinto Evanxeo de Gaspar Hauser (The Fifth Gospel of Kaspar Hauser)

Alberto Gracia
Spagna, 2013
62 minuti

Molto tempo fa, un giovane uomo comparve immobile in una piazza di Norimberga. Aveva con se un libro di preghiere e una lettera che lo identificava con il nome di Kaspar Hauser. Si reggeva in piedi con difficoltà, non sapeva parlare e teneva a malapena gli occhi aperti. Quando più tardi riuscì a raccontare la storia della sua vita, affermò di essere rimasto segregato in un'angusta cella buia fin dalla nascita e nutrito a pane ed acqua per sedici anni. L'unica sua fonte di compagnia era un piccolo cavallo in legno. Con il tempo è diventato una leggenda. Ancora oggi, la sua vera identità resta un mistero...
Quanto riportato è il sunto, lo schema fondamentale da seguire per chiunque tenti una ricostruzione (o decostruzione, nel caso dell'aferetico capolavoro di Alberto Gracia), per quanto possibile, dell'enigma che ruota attorno al personaggio di Kaspar Hauser, etichettato come "il fanciullo d'europa" e protagonista, nel corso degli anni, di svariate analisi e interpretazioni sia in campo letterario, che cinematografico. Scrissi qui, ad esempio, sulla moderna rilettura di Davide Manuli, ma di certo è, che O Quinto Evanxeo de Gaspar Hauser (premio Fipresci a Rotterdam, girato in pellicola e prodotto da quell'Oliver Laxe già autore di Y las chimeneas decidieron escapar), si presenta ad oggi come la rivisitazione più radicale, andando ben oltre le aspettative riposte; un'opera che si appropria magistralmente dello sperimentalismo tipico di certe avanguardie anni sessanta (parecchio richiamate negli ultimi tempi), mantenendo comunque quel rigore formale che risiede alla base del cinema più contemplativo (esemplare, il piano fisso per oltre due minuti su quella carcassa d'animale appesa a un albero, mentre il nostro udito è invaso dalla sinfonia del Nocturne, Op.9, No.2. di Chopin). Una rilettura talmente frammentaria e personale, che qualsiasi analisi comprensiva rischia di affondare inevitabilmente nel nero più profondo ed enigmatico dei suoi fotogrammi. È un'immersione visiva che ci domina, lasciandoci veramente afasici, qualcosa che è possibile penetrare esclusivamente per tentate ipotesi. A tal proposito, sotto determinati aspetti, una (re)visione dell'herzoghiano L'enigma di Kaspar Hauser (1974) risulta quantomai utile a una miglior fruizione del film di Gracia, nonostante le differenze (temporali/concettuali) siano palesi. Ma come opera l'artista spagnolo? Semplicemente, azzerando la storia, il linguaggio e l'immagine del cinema stesso per riformulare il tutto come un nuovo lessico che possa rimettersi in moto dalle origini; ed esattamente da quella cella (stalla) che ora assume conformità decisamente primordiali. Come i sette giorni della creazione, Gracia firma il suo Vangelo apocrifo (de)strutturandolo in sette passi (capitoli), atti a dissuggellare solamente frammenti sulla storia di Kaspar e mai, intenzionati a rappresentarlo realmente come persona. Anzi, seguendo uno spazio prevalentemente esplorato in soggettiva, potremmo esserlo noi stessi, il fanciullo d'europa che osserva da quell'anfratto oscuro (si narra della sua acutezza visiva di notte, tanto da riuscire a distinguere anche un numero civico rosso su fondo nero - 2/7: i riflessi color vermiglio), dove l'unico spiraglio di luce proveniente dall'esterno è l'invito alla tellurica visione di una natura primigenia in mutamento. O piuttosto, nella sua costante incorporeità, Kaspar lo si potrebbe identificare come una sorta di nuovo Messia del quale, i cinque stravaganti personaggi che compaiono nel film (quasi sempre seduti attorno a un tavolo, al cui centro resiste ancora quel piccolo cavallo in legno), sembrano attenderne come apostoli, il perpetuo arrivo. La figura storica viene quindi destituita del suo tradizionalismo allo stesso modo in cui gli sgranati fotogrammi di un sedici millimetri deteriorato scompaiono, disintegrandosi continuamente (tra remoti esperimenti cromatici) nell'oscurità dello schermo per una manciata di secondi. Il tempo necessario affinchè la storia non possa mai giungere a una propria ricomposizione, cercando affannosamente di emergere da quell'oscurità. Ma risulta qualcosa d'inattuabile perchè come per l'immagine, il colore, nonchè il suono (emblematico il passo 6/7 - il motivo musicale di "Batman" che strappa e s'inceppa, per poi ripartire sempre dallo stesso punto) finisce per trovare qualvolta, in ogni capitolo, il proprio annientamento/dissezione (6/7); la propria morte/disfatta (7/7: Babel). D'altronde, già nell'opera di Herzog, Kaspar sognava quella storia che non aveva proseguo, dove un gruppo di uomini s'inerspicava verso la cima di un monte che preludeva alla morte, e come esprime la voce fuori campo nel passo 4/7 (l'unico, dove nell'estatico scenario di una foresta pluviale, il colore trova una sua momentanea pastosità e compiutezza): "la sua storia non potrà mai essere raccontata, perchè ciò che in essa accade è qualcosa che inevitabilmente sfugge". A conti fatti, resiste solamente l'enigma, che mai come in questo portentoso esordio di Gracia, mantiene inalterata la propria inesplicabile natura. Memorabile!

7 commenti:

  1. Il film è rintracciabile da qualche parte oppure hai avuto modo di vederlo nel corso di qualche festival?
    Sembra molto interessante comunque, bella critica.

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    1. Ti ringrazio! Il film al momento gira ancora per i festival, se però vuoi farti un'idea dello stile all'incirca perseguito, su vimeo c'è un lavoro del produttore Oliver Laxe (Y las chimeneas decidieron escapar): https://vimeo.com/13602126

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  2. Grazie a te. Do subito un'occhiata al link.

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  3. grazie Frank, io l'altra notte ho sognato una versione di Kaspar Houser che non ho ancora visto, chissà se è proprio questa :)

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    1. Pensa invece che io l'avevo sognato la notte prima di vederlo. Un sogno che si è rivelato in qualmodo premonitore, perchè le atmosfere che lo permeavano, alla fine si sono rivelate pressochè identiche a quelle del film nella sua fruizione reale... Vuoi vedere che hai sognato proprio questa versione? ;)

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    2. Fantastico. Ormai non mi stupisco più di queste ''coincidenze'' perchè me ne capitano tante, ma mi entusiasmano assai. Una di queste sere lo vedrò e ti dirò, Kaspar è un personaggio alquanto magico, mi sa :)

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    3. Ti ho scritto in privato, Romina!

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